Il nemico che ogni ipnotista deve affrontare quando ha a che fare per la prima volta con una persona sono le possibili resistenze.
Non è un nemico facile, perché può assumere forme diverse: paura, sfida, controllo, diffidenza, iper-razionalità, esperienze pregresse negative. E questo rende impossibile una strategia unica “fine di mondo” (per parafrasare il Dottor Stranamore).
In questo articolo ti mostro alcune strategie operative che utilizzo per ammorbidire le resistenze o reincorniciarle in elementi che aiutano il soggetto ad andare in trance. Il taglio è pensato per psicologi e psicoterapeuti: clinico, pratico, e con una logica coerente con ciò che sappiamo su reattanza, alleanza, aspettative e suggestione.
Indice
- Cosa intendiamo per “resistenze” all’ipnosi (in ottica clinica)
- Perché alcune strategie “aggirano” la resistenza: 3 leve che funzionano
- Strategie per le resistenze volontarie (sfida, opposizione, braccio di ferro)
- Strategie per le resistenze involontarie (paura, controllo, esperienze negative)
- La strategia trasversale: ipnosi conversazionale
- In pratica: come scegliere la strategia in 30 secondi
- Conclusioni
- Domande frequenti sulle resistenze nell'ipnosi
- Bibliografia
Cosa intendiamo per “resistenze” all’ipnosi (in ottica clinica)
Per resistenze intendo tutti quegli elementi che impediscono a una persona di entrare in trance o di rispondere alle suggestioni: timori, convinzioni, valori, aspettative, bisogno di controllo, oppure un semplice assetto attentivo che non “aggancia”.
Qui è utile distinguere tra:
- Resistenze volontarie: il soggetto decide di opporsi (sfida, braccio di ferro, “con me non funziona”).
- Resistenze involontarie: il soggetto vorrebbe andare in trance, ma qualcosa lo blocca (paura di perdere controllo, ansia anticipatoria, ricordo di una precedente esperienza negativa).
Questa distinzione è clinicamente utile perché i due meccanismi “spingono” in direzioni opposte:
nelle resistenze volontarie c’è spesso reattanza (protezione dell’autonomia), nelle involontarie c’è spesso minaccia percepita (protezione della sicurezza).
La teoria della reattanza psicologica (Brehm) descrive bene cosa succede quando una persona percepisce che la sua libertà di scelta è minacciata: aumenta la motivazione a ripristinare il controllo, spesso facendo l’opposto di ciò che viene richiesto.
Perché alcune strategie “aggirano” la resistenza: 3 leve che funzionano
Prima di entrare nelle tecniche, fissiamo tre leve semplici (e potenti) che spiegano perché certe mosse funzionano.
Ridurre la reattanza: spostare il frame da “ti faccio fare” a “scegli tu”
Quando il soggetto sente che tu stai cercando di “fargli fare” qualcosa, la resistenza cresce.
Quando sente che può scegliere, la resistenza cala.
Questa è la stessa logica usata nel Motivational Interviewing: la “resistenza” non è un tratto del paziente, ma spesso una reazione al modo in cui stiamo conducendo la relazione (discordo, sustain talk, righting reflex).
Correggere aspettative e miti: psicoeducazione mirata
Gran parte delle resistenze involontarie nasce da idee sbagliate: “perdo il controllo”, “dici cose che non voglio”, “non mi sveglio”, “mi manipoli”.
Una definizione moderna (APA Division 30) descrive l’ipnosi come uno stato di coscienza focalizzata con aumentata responsività alla suggestione, non come perdita di volontà o controllo.
Regolare l’attenzione: la trance come top-down regulation
Molti pazienti non “non vanno in trance”: semplicemente restano agganciati a un circuito attentivo di controllo/monitoraggio (“sto andando?”, “sto facendo bene?”, “e se succede qualcosa?”).
La ricerca contemporanea descrive l’ipnosi anche come una forma di regolazione top-down in cui le suggestioni guidano attenzione, percezione e agency.

Strategie per le resistenze volontarie (sfida, opposizione, braccio di ferro)
Le resistenze volontarie sono spesso dichiarate (verbalmente) o evidenti nell’atteggiamento (sfidante). E di solito emergono in contesti pubblici: presentazioni, corsi, demo, conversazioni sociali.
Non accettare la sfida (e togliere ossigeno alla reattanza)
Quando ti dicono: “Voglio vedere se con me ci riesci”, chiarisci con calma che è inutile provare e che non ci riuscirai.
Perché funziona: se accetti il frame “io contro di te”, attivi reattanza e competizione. Se rifiuti il frame, disinneschi la motivazione a “difendere la libertà” opponendosi. (Brehm: minaccia → reattanza → opposizione).
Frase utile (clinica, non dimostrativa):
“Se l’obiettivo è verificare se lei può ‘resistere’, allora ha già vinto: non ha senso procedere. Se invece le interessa capire cosa succede quando sceglie di seguire un’esperienza, allora possiamo lavorare.”
“Solo le persone intelligenti vanno in trance” (pressione sociale, con cautela)
Questa strategia può funzionare in pubblico, ma va maneggiata bene per non trasformarla in sfida diretta.
Come: rinforzi un buon soggetto (“immaginazione”, “creatività”, “capacità di seguire”), poi chiarisci al gruppo che l’idea “ipnosi = debolezza mentale” è falsa: spesso serve flessibilità attentiva, capacità di immaginare e di seguire istruzioni interne.
Perché funziona: sposti lo status da “se mi ipnotizzi mi freghi” a “se non ci riesco mi sto auto-etichettando come rigido/limitato”. È una leva sociale. Usala solo se il contesto lo consente e senza puntare il dito sullo sfidante.
Elimina il pubblico
Se lo sfidante ti provoca davanti ad altri, spesso rimane “bloccato” nel ruolo per non perdere la faccia.
Togliendo il pubblico, togli la componente di status e riduci la necessità di “tenere il punto”.
Mostrati interessato (rapport reale, non teatro)
Metti da parte l’intenzione di ipnotizzare e fai una cosa semplice: interessati davvero alla persona.
Non è buonismo: è strategia clinica.
Perché funziona: quando una relazione è percepita come non minacciosa e non performativa, cala il bisogno di difendersi e aumenta la disponibilità a seguire (alleanza/rapport). In termini MI, riduci il “discord” legato allo stile direttivo.
Strategie per le resistenze involontarie (paura, controllo, esperienze negative)
Qui il paziente spesso vuole, ma il sistema di allerta dice “no”.
Spiega cos’è davvero l’ipnosi (psicoeducazione breve e chirurgica)
Prima dell’induzione, esplora: “Che idea ha dell’ipnosi?”
Poi correggi i tre miti principali:
- non perdi la volontà,
- non dici cose controvoglia,
- non resti “bloccato” in trance.
Aggancia la spiegazione a un frame autorevole e pulito: definizione APA Division 30.
Scopri i timori e reincorniciali (trasformare “paura” in “istruzione”)
Fai domande e ascolta sul serio. Poi reincornicia.
Esempio:
- “Ho paura di perdere il controllo” → “Perfetto: allora costruiremo una trance a controllo condiviso, con segnali chiari e uscite semplici.”
- “Ho paura che succeda qualcosa” → “Bene: allora useremo una procedura graduale, così il suo sistema può verificare che è al sicuro.”
Perché funziona: quando il timore viene trattato come “stupido”, cresce l’ansia e la resistenza. Quando viene trattato come informazione utile, cala il conflitto e aumentano sicurezza e cooperazione (riduzione minaccia → migliore regolazione attentiva).
Elimina ciò che disturba il rilassamento (micro-ostacoli, macro-effetto)
A volte la resistenza non è psicologica: è un dettaglio fisico/ambientale che mantiene attiva l’attenzione di controllo.
Esempi pratici (come nel tuo testo):
- una persona con gonna e paura di esporsi → coperta
- un fumatore con craving/irritazione → sigaretta prima di iniziare
- rumori, temperatura, postura, privacy → riduci disturbo
Perché funziona: riduci carico attentivo e “monitoraggio” del corpo/ambiente. Con più risorse libere, l’aggancio suggestivo diventa più facile.
Induzioni graduali e progressive (ridare controllo, ridurre allarme)
Quando una persona teme la trance, l’errore è cercare di impressionarla “rapidamente”.
Meglio una progressione:
- rilassamento semplice
- suggestioni di sicurezza/controllo
- induzione formale
Tecnica del braccio (ottima): chiedi di alzare il braccio e lascia che si abbassi spontaneamente man mano che la persona si sente pronta.
erché funziona: restituisci agency: la trance non è “subita”, è scelta e dosata. Questo riduce sia reattanza sia paura, e migliora la responsività alle suggestioni (coerente con l’idea di ipnosi come regolazione top-down guidata dal linguaggio).

La strategia trasversale: ipnosi conversazionale
Fin qui abbiamo parlato di tecniche che funzionano quando il soggetto sa che stai per ipnotizzarlo.
Ma se non lo sa?
Di solito oppone meno resistenze, perché non si attiva il “sistema di difesa” legato a miti, controllo e reattanza.
Qui entra in gioco l’ipnosi conversazionale (Erickson): una modalità in cui induzioni e suggestioni vengono “disseminate” dentro una conversazione apparentemente normale.
Perché aggira la resistenza
- riduce la reattanza: non c’è il comando esplicito “ora vai in trance” (meno minaccia alla libertà → meno opposizione)
- riduce il monitoraggio: l’attenzione resta su contenuti conversazionali, non sulla performance ipnotica
- aumenta il priming di risorse: puoi installare sicurezza, curiosità, permissività prima della formale
Nota clinica importante: se il paziente viene da te sapendo che usi ipnosi, non puoi usare l’ipnosi conversazionale per tutta la sessione (uscirebbe pensando “non mi hai ipnotizzato”). Il suo uso più elegante è nei momenti di stallo: quando senti resistenza, “passi in conversazionale” per rimettere risorse e poi torni alla formale.
In pratica: come scegliere la strategia in 30 secondi
- Se senti sfida / braccio di ferro → disinnesca reattanza (non accettare sfida, togli pubblico, cambia frame, rapport)
- Se senti paura / controllo / storia negativa → psicoeducazione + progressione + restituzione di agency
- Se senti troppo monitoraggio → riduci disturbi + micro-passaggi + (se serve) conversazionale
Conclusioni
Sono sicuro che questo articolo ti è stato utile, allo stesso modo sono curioso di sapere come utilizzerai queste idee e che risultati ti porteranno. Proprio per questo, se ti va condivi con me i tuoi risultati scrivendomi un commento.
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Domande frequenti sulle resistenze nell’ipnosi
Cosa sono le resistenze in ipnosi?
Le resistenze in ipnosi sono tutti quei fattori che ostacolano l’ingresso in trance o la risposta alle suggestioni. Possono includere paura, diffidenza, bisogno di controllo, convinzioni errate o atteggiamenti sfidanti.
Qual è la differenza tra resistenze volontarie e involontarie?
Le resistenze volontarie sono opposizioni consapevoli, come la sfida o il rifiuto esplicito di lasciarsi guidare. Le resistenze involontarie, invece, emergono senza intenzione cosciente, ad esempio per paura di perdere il controllo o per esperienze negative pregresse.
Come si superano le resistenze volontarie in ipnosi?
Di solito è utile evitare lo scontro diretto, non accettare la sfida, ridurre la pressione del pubblico e costruire rapport. Quando il soggetto non si sente messo alla prova, tende ad abbassare le difese.
Come si gestiscono le resistenze involontarie all’ipnosi?
Le strategie più efficaci sono la psicoeducazione, l’esplorazione dei timori, il reincorniciamento delle paure, la riduzione delle distrazioni ambientali e l’uso di induzioni graduali che restituiscano senso di controllo.
Perché alcune persone hanno paura dell’ipnosi?
Molte persone associano l’ipnosi alla perdita di volontà o al controllo mentale. In realtà, nell’ipnosi clinica il paziente mantiene la capacità di scegliere, interrompere l’esperienza e rifiutare ciò che non vuole fare.
L’ipnosi conversazionale aiuta a ridurre la resistenza?
Sì. L’ipnosi conversazionale può essere utile perché riduce la sensazione di essere “sottoposti” a una tecnica. Questo abbassa la reattanza e facilita l’accesso a uno stato di maggiore disponibilità interna.
Le resistenze all’ipnosi indicano che il paziente non è ipnotizzabile?
No. Spesso indicano soltanto paura, bisogno di controllo o una cattiva rappresentazione dell’ipnosi. Con il giusto approccio, anche persone inizialmente resistenti possono entrare in trance in modo efficace.
Qual è l’errore più comune nella gestione delle resistenze in ipnosi?
L’errore più frequente è cercare di forzare il processo o impressionare il soggetto con induzioni rapide. Quando la persona si sente spinta, la resistenza tende ad aumentare invece di diminuire.
Bibliografia
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