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Come l’ipnosi aiuta un coach a superare due enormi difficoltà professionali

//Come l’ipnosi aiuta un coach a superare due enormi difficoltà professionali

Come l’ipnosi aiuta un coach a superare due enormi difficoltà professionali

In questo articolo voglio parlarti di due delle più grandi difficoltà che un coach deve affrontare nel momento in cui affronta il suo lavoro, quella di riuscire ad essere inquadrato e quella di non avere una gamma completa di strumenti per poter svolgere velocemente e al meglio il proprio lavoro.

Infine ti parlerò di come l’ipnosi può essere uno strumento fondamentale da utilizzare all’interno di questa professione: sia per aiutare i coachee ad ottenere velocemente i propri risultati, sia per offrire ai clienti un modo chiaro e definito per comprendere qual è effettivamente il tipo di lavoro che si svolge.

Ma andiamo per grandi.

La prima difficoltà che incontrano oggi i coach è quella di essere inquadrati.

Fondamentalmente si tratta di una professione relativamente nuova e che non è ancora pienamente compresa. Infatti, spesso le persone quando sentono parlare di coaching – nei casi in cui hanno un’idea a riguardo – pensano al coach sportivo – ovvero l’allenatore – oppure lo associano all’idea del motivatore, un po’ in stile Tony Robbins – ovvero quella persona che ti carica e ti convince che riuscirai a fare delle cose che al momento ti risultano difficili se non addirittura impossibili.

Questa non è una visione errata del coaching, ma allo stesso tempo è una visione estremamente parziale.

Il compito del coach, infatti, non è quello di prescrivere degli allenamenti né convincere qualcuno a fare ciò che non vuole fare.

Prima, però, di vedere nel dettaglio in cosa consiste davvero il lavoro del coach, voglio un attimo focalizzarmi sul motivo per cui il coach non è né un allenatore, tantomeno un professionista della motivazione.

In primo luogo il coach non può prescrivere azioni, per il semplice fatto che non ha la competenza per dire al suo cliente quello che deve fare per ottenere dei risultati.

Prendiamo, ad esempio, una persona che si rivolge ad un coach per eccellere nella sua professione, e mettiamo il caso che si tratti di un dentista. Il coach probabilmente non ha la più pallida idea neppure di come si svolge la vita lavorativa di un dentista, non ha seguito il suo percorso di studi e, di conseguenza, non ha neppure l’esperienza sul campo del dentista stesso.

Proprio per questo, se dovesse dare delle prescrizioni, con grandi probabilità sarebbero sbagliate, proprio perché si andrebbe ad addentrare all’interno di un ambito professionale per il quale non ha alcuna preparazione.

Certo, potrebbe esserci il caso raro in cui un coach è anche dentista: in questa situazione, nel momento in cui dovesse prescrivere delle azioni al suo cliente (o, più semplicemente, dare dei consigli) non starebbe esercitando l’attività di coaching bensì, quella di mentoring.

Allo stesso tempo, il coach non è neppure un motivatore, anche se nell’immaginario collettivo questa visione è molto comune… per quanto si basa su un piccolo inganno.

Ma perché il coach non è un motivatore così come viene comunemente inteso?

Anche in questo caso voglio partire da un esempio molto pratico. Mettiamo il caso che uno studente di medicina si rivolge ad un coach per essere motivato a dare degli esami che lo scoraggiano. Durante la fase di dialogo, il coach scopre che lo studente ha scelto quella facoltà sotto pressione dei suoi genitori, medici a loro volta, mentre in realtà avrebbe preferito seguire architettura.

Nel caso in cui il coach motivasse davvero lo studente, anche supportandolo sino alla laurea, andrebbe a fargli più male che altro. In primo luogo perché lo studente si troverebbe sempre sottoposto ad uno stress – che a livello conscio o inconscio – lo accompagnerebbe durante tutto il suo percorso didattico; in secondo luogo perché alla fine è molto probabile che, per quanto laureato, vivrebbe la condizione di svolgere un lavoro che in realtà non vuole fare e, con buone possibilità, di vivere sempre nel rimpianto di non aver seguito quello che voleva fare davvero.

Come accennato sopra questa visione del coach motivatore deriva da un inganno, nato quando il coaching è entrato in azienda, appunto per motivare e rendere più efficienti i lavoratori.

Questa pratica è iniziata negli anni ’80, portando al miglioramento delle performance di moltissime realtà aziendali. Eppure – e in questo caso abbiamo un eppure grande quanto una casa – questo genere di lavoro non è rivolto nei confronti del lavoratore, bensì nell’azienda.

Nel momento in cui il coach lavora per un imprenditore, non fa gli interessi dei suoi collaboratori, bensì quello dell’imprenditore (che poi è colui che lo paga); quindi, magari aiuta il lavoratore a fare straordinari che non vuole fare, ad accettare carriere per le quali non si sente portato, ad impegnarsi e sacrificare parte della sua vita privata per qualcosa che in realtà non è davvero nelle sue corde. 

Questa modalità lavorativa, se svolta con grande delicatezza e una massiccia dose di etica – è vincente tanto per l’imprenditore quanto per i suoi sottoposti. Ma se questi due elementi sono assenti, ecco che può diventare estremamente dannosa per i coachee.

Quindi in cosa consiste davvero il lavoro del coach?

Il coach è un esperto di strategie, di processi e il suo lavoro consiste nell’estrarre tali processi e tali strategie affinché il coachee ne diventi consapevole e li possa portare avanti per ottenere i risultati che desidera. È un esperto di domande, grazie alle quali guida il cliente a prendere coscienza di sé, delle sue risorse, dei suoi punti di forza e delle proprie debolezze, per poi guidarlo attraverso un piano di azione che concretamente lo conduce a raggiungere i propri obiettivi.

Tale piano di azione non è prescritto dal coach, bensì dal coachee stesso che, una volta giunto ad un buon livello di consapevolezza, riesce a sviluppare una propria strategia e metterla in pratica.

In realtà, se tale piano d’azione dovesse essere sbagliato e il coach se ne dovesse rendere conto, non dovrebbe neppure correggerlo: perché l’errore del coachee – specialmente se velocemente comprensibile e correggibile – potrebbe essere molto più funzionale rispetto ad un’imposizione esterna.   

Per fare questo il coach ha a disposizione delle strategie molto efficienti

Tra questi strumenti abbiamo:

  • La capacità di porre domande potenzianti: che aiutano il cliente a riflettere in modo produttivo su sé stesso così da trovare soluzioni senza girare attorno al problema quasi in un moto perpetuo.
  • L’analisi dei talenti: si tratta di strategie volte a comprendere quali sono i punti forza e i punti deboli del coachee, così da comprendere quelli su cui fare leva per raggiungere gli obiettivi, così come capire quali sono quelli da potenziare.
  • L’estrazione di piani d’azione: ovvero, il riuscire a prendere il sogno del coachee – come può essere “voglio avere una promozione” – per farlo diventare consapevole di tutte le azioni che deve intraprendere giorno dopo giorno e che lo portano a trasformare il sogno in un obiettivo raggiungibile e sotto la sua responsabilità.

In più oggi molti coach sono formati in Programmazione Neuro Linguistica (PNL), che fornisce ulteriori strumenti di aiuto, come:

  • La ristruttrazione: che aiuta il cliente a vedere la situazione problematica da una nuova prospettiva, così da arrivare ad affrontarla con maggiore creatività, quindi sviluppando autonomamente soluzioni nuove alle quali non aveva pensato prima.
  • Il cambiamento delle convinzioni: grazie al quale le convinzioni depotenzianti (ovvero non funzionali al raggiungimento di un obiettivo) vengono sostituite da convinzioni potenzianti (quindi funzionali al risultato desiderato).
  • Gli ancoraggi: si tratta di tecniche grazie alle quali è possibile associare, attraverso un meccanismo di stimolo-risposta, degli stati emotivi lì dove è più utile. Mettiamo il caso che lo studente di sopra non ha voglia di studiare, attraverso questa tecnica gli si può creare un meccanismo grazie al quale può evocare uno stato di grande curiosità ogni volta che compie un gesto (quest’ultima è una tecnica usata spessissimo proprio da Tony Robbins), così da auto stimolarsi all’apprendimento.

Purtroppo spesso queste strategie risultano insufficienti.

Sia ben chiaro, non sto dicendo che tutti questi metodi non siano efficaci, anzi, sono strategie che nel corso degli anni hanno dimostrato la loro validità, aiutando centinaia di persone in tutto il mondo e nei contesti più svariati a raggiungere i propri obiettivi.

Eppure, spesso ci sono dei casi in cui risultano insufficienti.

Se sei un coach, ti sarà capitato sicuramente di incontrare clienti che avevano come obiettivo proprio quello di avere un obiettivo, perché completamente incapaci di riuscire a comprendere quello che vogliono (a riguardo ho scritto un articolo estremamente dettagliato proprio su questo argomento, che puoi leggere cliccando qui), così come è probabile che tu abbia riscontrato la difficoltà da parte di certi coachee ad entrare nello stato emotivo che li spinge all’azione: avevano perfettamente chiaro cosa dovevano fare, eppure quando si trattava di agire era come se non ci fosse la benzina per mettere in moto l’auto. 

In questo caso l’ipnosi è lo strumento perfetto per aggirare questi ostacoli.

So bene che quando si parla di ipnosi alcuni possono storcere il naso.

Ma prima che anche tu possa fare questo, voglio dirti una consa fondamentale: l’ipnosi non è controllo mentale, non ha a che fare con la magia, né con qualcuno che mette le mani nei tuoi pensieri per ricomporli a suo piacimento.

A riguardo ho preparato un video nel quale ti spiego nel dettaglio cosa è, ti consiglio di prenderti il tempo per guardarlo con attenzione, perché alla fine cambierai completamente prospettiva a riguardo.

L’ipnosi non è uno strumento per il controllo mentale: a riguardo sono stati fatti molti esperimenti e tutti hanno dimostrato che è impossibile far fare alle persone in trance cose che violano il loro codice morale.

L’ipnosi non è un modo per controllare i pensieri altrui.

Anzi, è l’esatto opposto.

Grazie all’ipnosi si guida il soggetto in trance in uno stato in cui sono assenti tutti i condizionamenti che ha subito durante la sua vita: quello che ha imparato su ciò che è possibile o non è possibile, quello che crede su di sé e il modo in cui vede il mondo.

Sia ben chiaro, quando tutto questo aiuta il soggetto a raggiungere i propri obiettivi va più che bene, ma quando queste convinzioni lo limitano, l’ipnosi lo porta in uno stato nel quale può sollevarsi da tutto ciòo e vedere le cose da una nuova prospettiva, dalla quale può decidere di adottare un nuovo atteggiamento, questa volta più utile rispetto ai risultati che si è prefissato.

Proprio per questo ti dico che l’ipnosi risulta uno strumento indispensabile per un coach. Grazie all’ipnosi, infatti, il coach può:

  • Creare stati emotivi potenzianti che supportano l’azione
  • Eliminare condizionamenti passati che lo trattengono dall’ottenere i risultati che desidera
  • Migliorare la sua creatività, così da trovare velocemente soluzioni innovative ai suoi problemi
  • Gestire i livelli di stress
  • Sviluppare nuove abitudini, di gran lunga più funzionali per i suoi obiettivi

In più, lavorando a livello inconscio o subconscio (a seconda del tipo di ipnosi che si va a praticare), supporta il coachee aiutandolo a sviluppare un atteggiamento positivo e funzionale rispetto agli obiettivi che si è prefissato.

Spesso, quando si parla di coaching e ipnosi, si usa il termine obiettivi autorealizzanti. L’espressione è forse un po’ eccessiva, perché potrebbe far pensare a degli obiettivi che si realizzano da soli, senza fare nulla, e purtroppo (o per fortuna) non è così.

In realtà si fa riferimento al fatto che quando la persona ha una visione perfettamente chiara rispetto a ciò che vuole, sa esattamente cosa fare per ottenerlo, e i suoi pensieri (sia a livello conscio che inconscio) sono allineati su questa lunghezza d’onda, risulta quasi naturale impegnarsi per riuscire e la stanchezza stessa non viene più percepita come una fatica.

Certo, la persona continua ad agire consapevolmente, ma la stanchezza viene accompagnata da uno stato di eccitazione e soddisfazione.

Proprio per questo, nel momento in cui un coach può vantare tra i suoi strumenti l’ipnosi, risulta anche più facilmente inquadrabile. Anche solo per il semplice fatto che, dopo una sessione di coaching con l’ipnosi, il coachee ne esce cambiato: il suo stato emotivo è di gran lunga più positivo, si sente desideroso di fare ciò che è necessario e si rende conto di avere una prospettiva migliore delle cose.

Per dirla in parole povere: il coach non è più la persona con cui si è parlato e che ha fatto una serie di domande, ma è colui che ha guidato il cliente verso una vera e propria trasformazione dalla quale gli risulta molto più semplice (e di gran lunga più possibile) ottenere ciò che desidera.

Mi rendo conto che questo potrebbe essere difficilmente comprensibile se non hai mai sperimentato l’ipnosi andando in trance o utilizzandola su qualcuno. Proprio per questo ho preparato per te un corso di più di un’ora, nel quale ti guido passo dopo passo ad ipnotizzare qualcuno, fornendogli le suggestioni per ottenere i risultati che desidera.

Lo puoi trovare cliccando qui. Se sei un coach che vuole migliorare nel suo lavoro e vuole distinguersi dalla massa, guardalo con attenzione, perché ti aiuterà ad non essere accomunato alle altre migliaia di coach tutti uguali e perché ti fornirà gli strumenti per guidare i tuoi clienti a raggiungere i loro obiettivi in modo più veloce e più facile.

By | 2019-01-18T15:52:46+00:00 Gennaio 18th, 2019|articoli|0 Comments

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